Perché è importante riconoscere per legge il valore delle associazioni di giovani

Data: Venerdì, 16 Luglio 2010
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“Perché stabilire dall’alto che cosa sia comunità giovanile e che cosa non lo sia, rischiando magari di escludere altre realtà che concretamente si spendono per i giovani ma che non rientrano nei parametri stabiliti? Perché indirizzare dall’alto le finalità dell’associazionismo giovanile e la partecipazione alla vita sociale e politica di una fascia d’età che invece dovrebbe essere lasciata libera di esprimersi, di misurarsi con la realtà, libera di muoversi e di trovare il proprio modo di operare?»

Con queste due affermazioni espresse in forma di domanda, Rosalinda Cappello sostiene su queste pagine che il disegno di legge voluto da Giorgia Meloni sulle comunità giovanili non sia una priorità e anzi risuoni di una impostazione sbagliata. Tant’è che in conclusione afferma: «Semmai, la politica dovrebbe agevolare e supportare la libera proposta dei giovani, la loro creatività, il loro approccio nuovo e non eterodiretto alle cose che li riguardano». Le altre argomentazioni che porta a sostengo del suo ragionamento mi sembrano meno pertinenti, perciò mi concentro su queste che sono invece rilevanti.

Sono d’accordo con lei che non sia un compito “dell’alto” decidere del destino delle persone né mettere le braghe al mondo. Penso anche che sia un compito della politica indirizzare lo sviluppo della società attraverso le scelte di governo. Penso infine che le leggi servano a definire il tessuto di “certezze”, il patto entro cui si muove l’azione dei cittadini, delle organizzazioni e delle istituzioni nella tentativo di favorire il delicato e mutevole equilibrio necessario a realizzare i valori costituzionali e, mi piacerebbe, l’equilibrio tra la libera ricerca della felicità individuale e il benessere della comunità.

Vorrei dunque ragionare con questa premessa, lasciando fuori dalla porta i pregiudizi e sospetti che rendono così miserevole il dibattito politico in Italia, incapace di argomentare le posizioni se non a forza di urla e gazzarre. Ho cercato di farlo qualche giorno fa sulle pagine dell’Unità, tento ora qui. Ci sono ottime ragioni secondo me per approvare il ddl, magari con qualche miglioramento. Prima di tutto, perché con la sua approvazione: «La Repubblica riconosce il valore sociale» delle associazioni di giovani in quanto «strumento di crescita civile e culturale della popolazione giovanile, espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, nonché veicolo di promozione, creatività e integrazione sociale». Inoltre, con il coraggio di un salto culturale notevole,  il ddl cambia destinazione al Fondo istituito nel 2005 dal precedente governo Berlusconi per «prevenire il disagio giovanile e l’uso di stupefacenti» rendendo disponibili i suoi 18 milioni per incentivare la nascita di comunità giovanili e rafforzare le esistenti.

Si obietterà che la legge definisce cosa sia una comunità giovanile e cosa no. È vero, ma prima di tacciare questo esercizio come un’inopportuna decisione dall’alto, forse vale la pena entrare nel merito. Per il testo in discussione è “comunità giovanile” un’associazione di persone giovani - cioè che in prevalenza non hanno più di trent’anni (la formulazione è confusa e potrebbe essere migliorata) -, che non ha finalità di lucro e che per statuto persegue alcuni specifici fini di utilità sociale e culturale oltre quelli individuati dagli associati.

Fatto importante, coerente e positivo, sono esclusi i partiti politici, le associazioni sindacali, professionali e di categoria. Dunque non esclude le realtà che hanno finalità diverse da quelle indicate come necessarie per essere riconosciute “comunità giovanili”, purché perseguano anche quelle (direi meglio una di quelle).
Di queste finalità che il testo elenca, tutto si può dire tranne che non siano ampie, di indubbio valore sociale e culturale e in linea con i principi costituzionali a cui la legge si richiama. Ciò nonostante, in accordo con l’idea che il-mondo-è-bello-perché-è-vario e che parliamo di soggetti che più rapidamente di altri reagiscono alle mutazioni sociali (n.b. per questo sono particolarmente preziosi allo sviluppo di un tessuto sociale coeso), suggerirei di rendere l’elenco più esplicitamente non esaustivo.

In ogni caso, secondo me, non solo il disegno di legge non limita la libertà dei giovani e delle loro associazioni, ma al contrario è utile al loro sviluppo perché introduce una importante novità nel patto che dà vita ai valori su cui si fonda una società coesa e democratica. Difatti, in un paese che guarda sempre al passato incapace di scommettere sul futuro, inserire esplicitamente il contributo allo sviluppo del paese dell’associazionismo giovanile tra quelle attività su cui la comunità nazionale decide di investire per il proprio bene collettivo, è un potente stimolo per nuovi processi che non si prestano essere diretti dall’alto. 

Chissà che il forzato ritorno in Commissione non possa alla fine essere l’occasione per migliorare ancora questa legge. So per certo che sarà possibile a condizione che la discussione sia più onesta di quanto non è stata finora, sia rapida e prenda atto di quattro fatti: a) il ddl affronta un problema serio ma non è, né può essere, lo strumento per risolvere la questione giovanile in Italia (pretendere che lo sia è risibile); b) è molto importante per l’Italia riconoscere a parole e fatti il contributo allo sviluppo della società dei giovani e delle loro libere associazioni; c) è giusto mettere fondi a disposizione di questo mondo mentre la finanza locale è colpita duramente e con un futuro incerto; d) serve avere fiducia in quella capacità dei giovani di innovare che continuamente manifestano ma molti si rifiutano di riconoscere.

Come dice il Rapporto Onu 2007 sulla gioventù «queste generazioni cercano una propria strada per la transizione verso l’età adulta, sviluppando strategie diverse da quelle usuali per superare con successo gli ostacoli e assicurarsi la sopravvivenza con approcci molto diversi tra loro […] è chiaro che non sono un gruppo passivo che temporeggia nell’attesa di risorse e opportunità, ma stanno cercando di costruirsi una vita migliore. Un grosso deficit di investimenti pubblici, di spazi agibili e di visibilità per i loro sforzi, tuttavia, li confina in una sorta di terra di mezzo senza consentire loro di dare al proprio futuro quella svolta».

Il timore che le persone possano essere “eterodirette” deriva dalla constatazione che ciò purtroppo accade, in genere quando c’è uno stato di necessità. Ma dipende ancor più dalla mancanza di fiducia nella loro capacità di discernimento. Farne però argomento per rinunciare a dare una prima risposta al problema che il rapporto Onu denuncia sarebbe colpevole. Per favore discutetene seriamente, migliorate il ddl e allafine approvatelo.

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