In Italia adesso servono i giovani
di Luca Bergamo
Secondo l’esperienza quotidiana e i dati disponibili, siamo il paese più vecchio nei luoghi in cui si forma la conoscenza, si produce la cultura, si prendono le decisioni.
E guarda caso siamo l’ultimo in ogni classifica di competitività. L’ultimo numero di “Le Scienze” pubblica dati sull’invecchiamento delle università. Ecco come stanno le cose: in Gran Bretagna gli accademici al di sotto dei 35 anni sono il 16% in Italia il 4,5%; quelli oltre i 55 anni sono in GB il 20% (di cui solo l’1% over 65) e in Italia il 42,2% (di cui quasi il 10% over 65). Perché?
Pochi vanni in pensione. Quando ci andranno lo faranno tutti insieme. Fino ad allora nessun ricambio generazionale. Subito dopo l’assalto ai posti disponibili da parte di coloro che dopo un decennio di precariato vorranno giustamente accedere alla carriera, purtroppo a quarant’anni suonati.
Nel frattempo s’innalza l’età pensionabile per tutti, rallentando l’accesso di nuove generazioni ad una parte del mercato del lavoro. In Italia aumentano gli anziani, si dice. Già, ma per evitarne l’esclusione sociale e l’impoverimento non riusciamo ad immaginare altro che tenerli al lavoro. E addio ricambio. A Milano, un gruppo di giovani entra nella campagna elettorale rivendicando quote “ arancioni” (posti in politica riservati a chi ha meno di 40 anni). Una provocazione che ha poche speranze di successo. Magari sarebbe utile ma non va alla radice del problema. Il divario tra l’Italia e gli altri Paesi Europei dipende da circostanze più profonde, la politica si limita a rifletterle. Ne segnalo due. 1) Molti pensano che il futuro non possa essere meglio del passato e temono che ogni innovazione metta a rischio il patrimonio culturale che abbiamo ereditato, le tradizioni, le abitudini. Al punto che mai si riflette sul fatto che quel passato, a un certo punto, è pur stato il presente di generazioni che hanno voluto raccontarsi a noi (il loro futuro) attraverso le opere e le azioni che hanno compiuto. 2) Abbiamo paura di rischiare (ne è un esempio il misero livello d’investimenti in ricerca e innovazione dell’impresa italiana) e questa paura è assecondata da molte scelte fatte in questi anni per consolidare consenso e potere in una prospettiva a brevissimo termine, tra una elezione e l’altra.
Da queste pessime politiche abbiamo ereditato il debito pubblico, gli scempi dell’abusivismo edilizio, la burocratizzazione dello Stato, la perdita di controllo sui prezzi. Tra paura e furbizia non governiamo il cambiamento del nostro mondo per poi accorgerci che la realtà è inesorabilmente cambiata, per la forza dei fatti. L’Italia è come una persona che cammina, insicura, con la testa voltata all’indietro. Per giragliela verso il futuro servono i giovani ma c’è anche bisogno, ogni giorno, dell’impegno di ciascuno a vivere nel nostro tempo senza reticenze. Accade più di quanto non si veda. Sarebbe utili renderlo più visibile.
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