Commento su Roma 1999 – le ragioni di una Biennale atipica -
E’ ormai passato oltre un mese dal termine della nona Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo.
Il bilancio è positivo. E’ alto il livello medio delle opere presentate e non si è notata la presenza di una “scuola”, indice di un movimento continuo che travalica i confini degli Stati e di una ricerca vivace che non presenta tracce evidenti di omologazione a modelli precostituiti. Il Mattatoio di Roma, dimenticato per oltre venti anni, è stato recuperato all’uso pubblico dimostrando straordinarie potenzialità di cui il governo cittadino e quello nazionale debbono tenere conto.
Alcune delle più interessanti figure della cultura e dell’arte europea hanno aderito al progetto (J. Kounellis, M.V. Montalban, J. Mariscal, F. Ozpetek, E. Capasa per citarne alcuni) prestando il loro ingegno per la realizzazione delle rassegne di sezione – una delle molte novità delle nona edizione. Il concorso per la progettazione della nuova Concert Hall di Sarajevo, riservato ad architetti ed ingegneri nati a partire dal 1° gennaio 1963, ha registrato la partecipazione alla prima fase di oltre 400 raggruppamenti (spesso multinazionali) che hanno presentato idee di ottimo livello. I cinque progetti ammessi alla seconda fase della commissione coordinata da Zaha Hadid, sono stati presentati anche a Sarajevo durante la conferenza per i Balcani. Il Governo italiano, per iniziativa del Presidente del Consiglio, si è impegnato a sostenere il progetto favorendo la raccolta dei fondi necessari pere realizzare l’opera.
Alcuni numeri. Per venticinque giorni il Mattatoio si è trasformato nella più grande città europea interamente dedicata alla creatività giovane. Centomila visitatori hanno frequentato la Biennale dove gli oltre milleduecento artisti presenti in rappresentanza di venticinque paesi, hanno dato vita a:
• cento spettacoli di musica teatro, danza e urban performance;
• cinque esposizioni che hanno raccolto quasi ottocento opere;
• un ristorante, curato da G. Vissani, che ogni sera ha ospitato la cucina di un cuoco giovane;
• trenta tra conferenze, incontri e convegni;
• workshop e improvvisazioni;
• la più ampia rete di relazioni umane tra produttori giovani di cultura ed arte.
La guerra. Tutto ciò si è svolto (organizzato e avviato) nel pieno di una guerra che ha coinvolto, in ruoli contrapposti, molti dei paesi rappresentati alla Biennale. Ciononostante cittadini serbi, bosniaci, italiani, francesi, albanesi, …, hanno creato insieme una zona franca di dialogo e di confronto sui possibili futuri del nostro tempo.
Domande e risposte. In questo mese molti mi hanno chiesto se fossi soddisfatto del “successo”. Ho sempre faticato a rispondere a questa domanda.
La decisione di volere la Biennale a Roma, nel 1999, e di legarla alla successiva che si terrà a Sarajevo nel 2001, ha diverse finalità nessuna delle quali può essere conseguita solo attraverso il buon risultato di una iniziativa, seppure importante e innovativa.
Per la rete internazionale che da quindici anni promuove la “Biennale” le ragioni di uno sforzo economico ed organizzativo piuttosto imponente sono essenzialmente due: la prima, tutta artistico-culturale, che nasce dal bisogno di disporre di un efficace strumento internazionale di stimolo all’innovazione; la seconda, tutta politica, che deriva dalla necessità di cercare nove strade per favorire la convivenza pacifica tra culture e popoli diversi, facendo dello spazio “mediterraneo” un contesto di ricerca ed incontro tra Europa (politica ed economica) e mondo extra-Europeo.
La Biennale in questo senso è stata un’occasione per l’incontro e la comunicazione tra i giovani alla ricerca di una comune (e molteplice) identità di giovani e di cittadini del pianeta. Una ricerca resa sempre più difficile dal processo di frammentazione che è all’origine della la crisi dei Balcani e dell’est europeo.
Nei limiti del ragionevole la Biennale di Roma, in particolare attraverso l’inedito legame che la unisce con l’edizione di Sarajevo, ha dato un contributo positivo e concreto nella doppia direzione che è alla radice della manifestazione. E ciò nonostante la guerra abbia reso ovviamente tutto più difficile.
Il terzo tema. La mia fatica a parlare della Biennale in termini di soddisfazione/insoddisfazione nasce dall’esistenza di un altro punto di vista che, almeno per me, ha una grande importanza.
Le due ragioni, “storiche” della Biennale, intersecano un terzo tema, di particolare rilevanza per i paesi mediterranei dell’Unione Europea a cui, in qualche modo, è stata dedicata la Biennale a Roma.
L’idea che la creatività delle generazioni giovani sia, nel tempo attuale, una risorsa essenziale per lo sviluppo, è stata uno dei punti focali di Roma 1999.
E’ un’idea che fatica a farsi strada e, da questo punto di vista, la Biennale non può essere considerata che una tappa, anche importante, di un percorso difficile e in gran parte da scoprire. Allo stesso tempo il fatto che la Biennale sia stata una delle rare occasioni per trattare pubblicamente l’argomento in modo non convenzionale è, senza dubbio, un buon risultato.
Le generazioni fuori. In genere dei giovani si parla quando “lanciano sassi dai cavalcavia” o “si ammazzano sulle strade il sabato sera” o “uccidono i genitori per centomila lire” ovvero quando si pontifica sulla “ generazione senza parole” o la “generazione dei senza lavoro”. In fondo dei “giovani” l’aspetto che interessa di più è la capacità di consumo.
Uscire dallo schema, anche nella comunicazione di massa, è stato da noi considerato un obiettivo di primo livello in quanto necessario per poter parlare delle implicazioni di un’esclusione che riguarda intere generazioni.
Nei limitati casi in cui si parla di giovani si parla del “problema giovani” e ci si riferisce al mancato inserimento nel lavoro stabile di almeno due generazioni.
Sempre in generale, le politiche che si mettono in atto per affrontare il problema sono finalizzate a conferire lo status di cittadino/a all’escluso/a dai diritti che derivano da tale status.
Il vero problema è che di questi diritti, l’unico che è ritenuto essenziale a fini delle politiche messe in atto è quello al consumo. Detto in parole povere, il problema dell’assenza dei giovani dal novero della “popolazione attiva” viene affrontato, nel migliore dei casi, cercando di conferire un “salario di cittadinanza” che assicuri il livello di consumi necessari ad una certa autonomia di vita.
Questa impostazione, sebbene affronti una parte importante del problema “diritto di cittadinanza”, ne nasconde un’altra, di pari rilevanza per il presente e per il futuro delle persone e delle società.
Se le generazioni che dovrebbero essere capaci di sfornare idee più innovative restano escluse dai processi di creazione e produzione, le trasformazioni che subiscono sempre più rapidamente le nostre società sono, molto probabilmente, di tipo conservativo e, raramente, innovative in modo radicale.
Non considererei un caso che l’indice delle innovazioni di processo e, soprattutto di prodotto nate in Italia o nei paesi Mediterranei dell’Unione Europea sia significativamente inferiore a quello dei paesi Nord-europei e abissalmente distante da quello degli Stati Uniti e del Giappone.
Analogamente non può essere considerato un “accidente del destino” che la discussione sul ritardo della nostra società si concentri, anche con numerose ragioni, sulla carenza del sistema educativo e della ricerca, dimenticando però che uno dei fattori di rigidità e lentezza è certamente l’esclusione sostanziale dei giovani dal novero degli ideatori e dei produttori.
Nel campo delle politiche culturali, un evidente effetto di questa visione è l’enorme difficoltà con cui, almeno in Italia, si tenti di affiancare le politiche di tutela e valorizzazione dei patrimoni con politiche di incentivazione alla produzione di arte e cultura.
Nel cuore del mondo ricco. Tutto ciò accade nel cuore di quella parte del mondo che pretende, a torto o a ragione, di controllarne gli equilibri. L’esclusione dei giovani dai processi sociali più rilevanti proprio nel cuore dell’Europa, laddove è in corso il più importante processo politico ed economico della fine del secolo, è certamente un fattore che aumenta i rischi di crisi e di conflitto internazionale (potenziale instabilità sociale, possibile rigidità dei modelli culturali, necessità di “occupare” milioni di persone, …).
Sembra però che nessuno o quasi se ne accorga.
Perciò la Biennale ha cercato di affrontare il tema rovesciando il problema: la Biennale ha cercato di mettere in luce il valore della capacità creativa di queste generazioni.
C’è, in tutto ciò, anche un intento polemico nei confronti del mondo politico e di quello economico, ma soprattutto dell’universo degli “intellettuali”. C’è soprattutto la speranza che con qualche stimolo, magari anche rude, ci si decida ad affrontare il problema seriamente.
Una richiesta. La possibilità di sottolineare l’esistenza di questo versante del “problema giovani” è sicuramente un “effetto” della Biennale. Allo stesso tempo sono necessarie molte voci e molte iniziative prima che si producano risultati significativi.
La speranza e l’appello è che si moltiplichino le voci e le iniziative in grado di sottolineare la serietà e l’urgenza del problema.
Molti degli obiettivi concreti che si prefiggeva la Biennale sono stati raggiunti. Il più difficile ed emblematico è la costruzione della Concert Hall a Sarajevo sulla base di un progetto ideato da un gruppo di professionisti nati dopo il 1° gennaio del 1963. Il pronunciamento del Governo italiano è un conforto molto importante.
Le strade da percorrere sono però ancora lunghe. Chiunque voglia dare una mano sul serio sarà benvenuto.
Luca Bergamo
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