Cronaca di un tentativo lungo molti anni

Data: Venerdì, 9 Aprile 1999
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A Roma nel 1999 – di Luca Bergamo.

Il 29 Maggio 1999 si inaugura a Roma la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo.
Oltre 50.000 m2 dell’ex mattatoio di Testaccio, progettato da Herzog all’inizio del secolo per “industrializzare” l’abbattimento e la macellazione dei capi di bestiame, tornano a vivere dopo quasi venti anni di abbandono.
Solo intorno alla metà di Aprile 1999 abbiamo ricevuto l’autorizzazione formale all’utilizzo del complesso,  perciò in un mese bisogna trasformare il luogo e renderlo adatto ad ospitare gli spettacoli, le opere, gli incontri della Biennale e soprattutto le migliaia di persone che speriamo verranno a visitarla.
Così se ne vanno 7.000 metri cubi di rifiuti che ingombrano la “pelanda dei suini” che ripulita ed adattata ospiterà le urban performance e i workshop di Sarajevo.
Dopo un intenso confronto un intero campo nomadi accetta di trasferirsi temporaneamente in un campeggio alle porte della città, rendendo così utilizzabili i circa 20.000 m2 del “campo boario” che ospiterà i concerti grandi delle star ospiti e quelli più contenuti degli artisti selezionati.
Si riescono a ricollocare funzioni che occupano oltre 10.000 m2 di spazi coperti tra cui: un deposito di apparecchiature elettroniche abbandonate, un deposito di scenografie del Teatro dell’Opera, un deposito di motorini sequestrati, diversi depositi di schede relative a vecchissime tornate elettorali, uffici temporanei del corpo dei Vigili Urbani ormai divenuti permanenti, e così via.
Ciascun trasferimento richiede lunghe e laboriose discussioni per trovare soluzioni accettabili e che non generino opposizioni che renderebbero impossibile liberare il complesso.
Uno sforzo immane, ma per fare che?

Noi “romani” abbiamo aderito al circuito della Biennale (all’epoca non era una associazione ma una rete informale) solo nel 1997, subito prima della edizione di Torino.
E’ un’adesione che nasce nel contesto di una trasformazione della politica del Comune di Roma che alla fine del 1995 istituisce, per la prima volta in città, un Assessorato alle Politiche giovanili. Alla guida è  Fiorella Farinelli, una delle amministratrici più vitali e lungimiranti che la città abbia conosciuto.
Il nuovo Assessorato da immediatamente vita ad un insieme di interventi che sostengono lo sviluppo di autonome capacità decisionali nei giovani, investono nei nuovi talenti creativi ed imprenditoriali (Enzimi ed il Prestito d’Onore ad esempio), rendono visibile l’enorme potenziale creativo di una generazione che viene descritta come abulica, senza carattere – the X generation – e di cui si parla solo quando sue minoranze si rendono protagoniste di comportamenti socialmente devianti.
E’ una impostazione nuova, che si rivolge ai giovani come gruppo sociale e non in relazione ad eventuali specifiche condizioni di disagio o emarginazione di cui sono protagonisti minoranze, pure importanti.
Ospitare la Biennale ci sembra perciò coerente con l’impostazione che la città si è data nel campo delle politiche rivolte ai giovani.

Al Comitato Internazionale che si svolge durante la Biennale a Torino (all’epoca organo deliberante delle rete) presentiamo quindi la candidatura di Roma per l’edizione successiva, 1999. Contemporaneamente e  a sorpresa viene presentata un’altra candidatura – sebbene un po’ vaga – da parte della città di Sarajevo.
Fiorenzo Alfieri, allora Assessore alle Politiche Giovanili della Città di Torino, propone di integrare la due proposte.
Sebbene un po’ in contropiede – nulla sapevamo di una eventuale altra candidatura - accettiamo immediatamente. Così nell’inverno 1997-98 il Comitato Internazionale della rete approva un progetto di Biennale in due fasi collegate: 1999 a Roma 2001 a Sarajevo. Manca meno di un anno e mezzo al maggio 1999, data per la quale ci siamo impegnati ad inaugurare la “nostra” edizione.

Sarajevo è appena uscita da una guerra terribile che ne ha decimato la popolazione e lacerato il tessuto sociale, culturale e politico.
Perciò decidiamo di progettare l’edizione di Roma in funzione di un rapporto privilegiato con la storia di Sarajevo e con tutto ciò che essa ha rappresentato per l’Europa ed il Mondo.
Scegliamo come tema della manifestazione l’Altro (il rapporto con le diversità) e firmiamo un accordo tra le due municipalità per promuovere un concorso internazionale di Architettura riservato a giovani, per la progettazione di una nuova Concert Hall a Sarajevo.
E’ la municipalità di Sarajevo che sceglie la Concert Hall come tema. Sarà il Comune di Roma a promuovere e svolgere il concorso in due fasi, affidando la guida della Giuria a Zaha Hadid.

L’edizione di Torino del 1997 è un successo. Eppure ai nostri occhi il potenziale della Biennale appare ancora ampiamente inespresso.
A nostro giudizio (a distanza di otto anni confermo l’opinione) i rappresentanti dei “soci” nella rete tendono a percepire e valorizzare quasi esclusivamente la dimensione “artistica” dell’evento, sottovalutandone il potenziale e dirompente valore politico culturale.
L’intuizione dei fondatori mi stupisce ancora oggi, a distanza di vent’anni: puntare sui giovani e sui governi locali quali soggetti principali di una diplomazia dei cittadini in grado di costruire la pace più e meglio di quanto non abbia dimostrato di saper fare quella degli Stati.
Non c’è concetto di più innovativo nel mondo che si globalizza e urbanizza. Il solo vero contrappeso alla dimensione globale degli interessi finanziari nasce dalla cooperazione tra comunità locali, in primo luogo quelle urbane e metropolitane. E  i giovani ne sono i protagonisti assoluti nella produzione culturale, nel volontariato, nelle mille forme di partecipazione sociale e civile che tentano di percorrere.
La proposta formulata da Alfieri nasce, con tutta chiarezza, da una lucida valutazione politico culturale. Ed è per questo che la Città di Roma la accetta immediatamente.
Ciò nonostante le discussioni allora e spesso ancora oggi caratterizzano la vita associativa della rete non si focalizzano sul senso del suo essere e sulle politiche che ne dovrebbero conseguire, ma invece si accendono, talvolta con confronti aspri, sui contenuti tecnico organizzativi delle attività.

Comunque, nel tentativo di affrontare la sfida di integrare due successive edizioni, presentiamo alla discussione nel Comitato Internazionale che si svolge a Roma nella primavera del 1998, un progetto di manifestazione che contiene moltissime novità (taluna di rottura rispetto alle tradizioni della manifestazione) ma anche, in cambio, un impegno economico cospicuo che consente di raddoppiare quasi il numero di artisti invitati e di allargare la rete verso il sud del Mediterraneo, raggiungendo in un colpo decine di nuovi soci provenienti da 11 geopolitiche non stabilmente presenti nella rete.

All’epoca (e purtroppo ancora oggi), ogni edizione della Biennale accoglie un complesso di progetti artistici che è la somma “algebrica” delle selezioni che ciascun associato (sia città, ministero o organizzazione non governativa) svolge sul territorio di propria competenza. La selezione è condotta a applicando un corpo di obiettivi e regole comuni, ma è altrettanto evidente che le giure costituite localmente interpretano tali criteri in modo originale ed esprimono sensibilità molto diverse tra loro.
Questo meccanismo, molto rispettoso delle diversità locali, rende però difficile rintracciare un filo conduttore e dare alla programmazione della manifestazione quel grado di “coerenza” che servirebbe per consentire a chi la visita una interpretazione dei fenomeni che caratterizzano il mondo dell’arte e dello spettacolo e che la manifestazione ambisce di rappresentare.

Così l’edizione di Roma propone una nuova articolazione disciplinare che raggruppa le tradizionali discipline in cui è divisa la manifestazione, tentando di rappresentare la crescente integrazione tra forme espressive ed il ruolo che svolgono le nuove tecnologie nell’accelerare questo fenomeno. Artisti di rilevo internazionale accettano di curare rassegne interne alle diverse sezioni con lo scopo di offrire una chiave di lettura dei fenomeni che sono rappresentati e delle tendenze che si registrano nel mondo dell’arte. Così personaggi come Jannis Kounellis, Manuel Vazquez Montalban, Zaha Hadid, Javier Mariscal, Jean Claude Gallotta, Agricantus, Ferzan Ozpetek, Veniero Rizzardi e Gianfranco Vissani divengono i curatori delle diverse sezioni e svolgono il loro compito con impegno e coscienziosità concorrendo ad accrescere significativamente il valore artistico e culturale della manifestazione.
Alcune sezioni, quelle per cui si sono riscontrate maggiori difficoltà a selezionare nelle edizioni precedenti, la Biennale 1999 presenta Sezioni ad invito, lasciano ai curatori piena libertà di scelta entro i parametri generali fissati. Ne vengono fuori tre rassegne di grandissimo interesse e qualità che propongono spunti di altissimo livello nei rispettivi ambiti – Musica Contemporanea, Cucina, Architettura.

Quest’ultima presenta i progetti pervenuti in risposta al concorso internazionale bandito per progettare la Concert Hall di Sarajevo e ospita i lavori della giuria che si concluderanno con la selezione dei cinque progetti finalisti.

Per dare forza e visibilità alla dimensione più generalmente culturale Roma 1999 ospita inoltre una serie di Conferenze, organizzate in collaborazione con l’Università di Roma e grazie al lavoro di Stefano Cristante, che si intitola “Discorsi sui Metodi”. Il titolo è’ un omaggio al pensiero della complessità, alle sue implicazioni epistemologiche e politiche, e al suo alfiere Edgar Morin che accetta il nostro invito a tenere la conferenza di apertura. E’ un calendario di incontri ricchissimo e unico nella storia delle Biennali che porta a Roma, grazie alla Biennale, alcune dei più stimolanti intellettuali del mondo. Ma è anche una discussione profonda sul rapporto con l’altro da sé che crea un ponte tra la dimensione espressiva delle opere ospitate al Mattatoio e il dibattito culturale e politico all’epoca fortemente influenzato dal conflitto nei Balcani.

Vogliamo che la Biennale sia un momento di dialogo e confronto con la comunità locale e con chi la osserva. Ma intendiamo anche comunicare l’impegno della città per promuovere l’emersione dell’innovazione culturale ed il protagonismo di una generazione che ne è il motore.
Affianchiamo quindi alla manifestazione “ufficiale” una sezione fringe il cui programma risulterà alla fine ricco e corposo quanto quello ufficiale.

Infine, con lo sguardo rivolto all’organizzazione interna della rete, il Comitato Internazionale che si tiene a Roma durante la manifestazione approva, finalmente, la trasformazione della rete informale in Associazione di diritto europeo. E’ un cambiamento che consideravamo indispensabile per assicurare la capitalizzazione dei cospicui investimenti fatti dalle città ospitanti su un marchio registrato di proprietà comune, per assicurare una continuità tra le diverse edizioni, la trasmissione della storia e delle conoscenza nel corso del tempo, per essere più programmatici ed efficaci anche nella raccolta fondi e nella comunicazione.

Nell’arco di tre settimane (tanto è durata la manifestazione) la Biennale di Roma presenta al pubblico oltre 100 spettacoli, quasi 800 tra opere di arte figurativa e installazioni,  un centinaio di progetti di design, oltre 400 progetti preliminari per la Concert Hall  di Sarajevo realizzati da architetti under 30 di oltre 22 paesi, e così via.
Il livello qualitativo è naturalmente difforme ma senza dubbio e con il riconoscimento di critica e pubblico, in ciascun settore vi sono eccellenze e sono numerose.
L’opera dell’intelletto e del lavoro di oltre tremila artisti (inclusi gli architetti) diviene patrimonio ed esperienza diretta di una collettività ampia. Saranno infatti quasi 90.000 i visitatori registrati nel complesso, nonostante sia stato necessario ad imporre un biglietto d’ingresso al Mattatoio per raggiungere l’equilibrio finanziario.

Non tutto ha funzionato bene però.
Le dimensioni organizzative dell’evento sono forse eccessive. Ne  noi ne parte della rete è pienamente consapevole di tutte le implicazioni gestionali. Ne derivano un numero di problemi organizzativi che nuocciono al clima interno a causa della insoddisfazione (talvolta fondata, talvolta no) di alcune delegazioni.
Per altro diverse opere e artisti arrivano all’ultimo momento, dopo enormi difficoltà e un infinito lavoro di pressione sulle rappresentanze diplomatiche italiane: la guerra in Kossovo rallenta il flusso di tutte le spedizioni provenienti da paesi no UE (la Francia attua il blocco di Shengen) quindi molte delle opere e degli artisti provenienti dalla sponda sud del mediterraneo non riescono a partire per tempo e arrivano nei giorni immediatamente precedenti l’inaugurazioni o in alcuni casi addirittura dopo.
Dunque non tutto si svolge come avremmo voluto.

Ciò nonostante ad occhi esterni – parlo del pubblico e dei giornalisti indipendenti che non sono al seguito di delegazioni – l’evento e un successo, se ne parla molto (dopo alcuni mesi troviamo traccia di reportage lusinghieri sul giornale dell’arte di Hong Kong) e con accenti molto positivi.

Sei anni dopo ho un ricordo vivido delle luci e delle ombre. E un bilancio tutto sommato positivo.
L’evento in se’ è stato bello sebbene faticoso oltre i limiti del ragionevole. Un periodo intensissimo, ricco di emozioni e scoperte, di problemi e soluzioni, di arricchimento intellettuale ed umano. Per me e per tutti coloro che insieme a me hanno pensato e realizzato quella edizione.
La Biennale a Roma ha reso tangibile la vera vocazione dei quasi 100.000 mq del Mattatoio che, all’epoca, stavano per essere destinati a funzioni commerciali ed alla vendita. Ora sul complesso di Herzog è in fase di avvio un imponente progetto di recupero che si incardina sulla realizzazione di un Centro di Produzioni Culturali dedicato all’innovazione e sulla presenza della Facoltà di Architettura e del Dipartimento di Arte Musica e Spettacolo della Terza Università di Roma.
La Biennale ha cambiato il destino urbanistico di uno dei quadranti essenziali nello sviluppo di Roma.
Diversi artisti che sono passati per la Biennale hanno ottenuto riconoscimenti importanti, molti hanno accresciuto la loro credibilità e prestigio, tutti hanno avuto la possibilità rare di vivere un’esperienza di incontro, scambio  e apprendimento irripetibile.
Seppure con una lentezza talvolta estenuante, la Biennale ha iniziato la sua vita di Associazione e organizzazione indipendente dalla città ospitante.
In fondo niente male.

Ho un solo vero rammarico.
Insieme decidemmo di dedicare a Sarajevo l’edizione del 1999. La guerra in Kossovo rese difficile comunicare questo messaggio, ciò nonostante il concorso per la progettazione della Concert Hall si completò con la proclamazione del progetto vincitore.
UFO (urban future organization) uno studio di progettazione guidato da Dennis Balent – il team leader di origine slovacche - e un composto da due svedesi, un italiano, un cinese e un indiano, si aggiudica la competizione con un progetto che la giuria considera “decisamente migliore della media dei progetti aggiudicatari di concorsi internazioni”.  E’ un progetto ipogeo, bello e tecnicamente di altissimo livello, che unisce un concetto moderno della funzione ad una interpretazione originale del territorio. La realizzazione di una concert hall  ipogea, risolvendo brillantemente problemi di acustica diventa l’occasione per realizzare un parco pubblico, tagliato dalla luce proveniente dagli ambienti sotterranei della costruzione. Poiché l’area prescelta dalla Municipalità di Sarajevo si colloca al centro geometrico della conca che ospita le città ed al confine tra la parte Asburgica e quella Jugoslava, a ridosso del World Trade Centre , la soluzione progettata valorizza le qualità dello spazio facendolo diventare uno luogo di connessione vera delle diverse anime di Sarajevo, un parco della speranza che cela e disvela il tempio della musica, linguaggio del dialogo interculturale per eccellenza.

Ciò nonostante la rete Biennale ed i suoi soci non si sono mai veramente impegnati per esercitare la pressione politica necessaria in sede Europea a trovare i fondi per la realizzazione dell’opera.
Eppure la composizione geopolitica della rete, l’indiscutibile valore simbolico del progetto e la sua altissima qualità estetica e tecnica, avrebbero potuto motivare l’impegno convinto dell’Unione Europea a sostegno di una iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un simbolo dei valori a cui si ispira l’Unione.
Da parte nostra abbiamo coinvolto il Presidente della Commissione ed il Patto di Stabilità per i Balcani, incapaci però di accompagnare la nostra iniziativa con il sostegno convinto dei rappresentanti istituzionali delle città socie dell’Associazione.
Ad oggi il progetto non è finanziato sebbene sia integrato formalmente nella pianificazione urbanistica del Comune di Sarajevo.

Sono convinto che questa sia la dimostrazione più evidente della interpretazione riduttiva che spesso prevale tra i soci della Biennale e che rappresenta secondo me il maggiore limite alla definitiva affermazione di una idea geniale.
E’ come se ci fosse paura della grandezza, importanza, capacità d’influenza che l’Associazione  potrebbe esprimere.
Prima o poi questo timore verrà superato. Sarebbe un peccato non accadesse. Sono certo che una volta superata questa barriera psicologica la Biennale si affermerà, senza confronti, come la più importante iniziativa mondiale nel suo settore.

Lo è già stata in alcune circostanze, lo può essere ancora di più.

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